giovedì 17 settembre 2009

RABBIA. VOGLIO SAPERE QUANDO.

Perfer et obdura, dolor hic tibi proderit olim.
Allora, poetastro di merda, mi vuoi dire quando cazzo arriva questo fottutissimo olim?
Inizio a spazientirmi.
In due giorni, e dico DUE giorni, due notizie che mi fanno sentire come un pugno dato forte alla bocca dello stomaco.

Una persona che mi mancherà, e che non vedrò mai più.
Da prima che scoppiasse il caldo estivo forte, da prima degli esami di giugno, non la vedevo.
perchè appunto, c'erano gli esami, e la mia vita che sembrava acquisire senso per poi perderlo di colpo, e poi il lavoro, c'era, da ricostruire.
E così rimandavo.
Pensando che avrei trovato il modo una di queste domeniche, come sempre senza avvertire, come sempre a urlare il mio nome dalla tromba delle scale finchè non sarebbe stata riconosciuta la mia voce, fino a che non sarebbero stati abbracci sulla porta.
Ho rimandato, stupidamente, pensando di avere ancora tempo.
Credevo che avrei potuto farlo, davvero, e così rimandavo a tempi meno convulsi.
E così. E adesso?
E adesso nulla. Cibo per vermi.
Spero che il tuo dio esista da qualche parte, e che si muova, di corsa, per venirti a organizzare un comitato di accoglienza. Di quelli coi fiocchi, ecco.

E poi suona il telefono, e la tua voce che mi fa sempre ridere, la tua voce che mi rilassa e che mi piace sentire.
Tu che mi chiami poco, che hai tanto da fare.
Tu che dovevi passare a trovarmi tra un impegno e l'altro, domani, qualche ora rubata al tuo continuo aggiornarti e lavorare.
Tu che mi chiedi se ho sentito le notizie, e mi dici quello che già so.
E lo sento dalla voce, quello che stai per dirmi: che uno di quelli, soprattutto, ti era caro.
E la tua voce non l'ho mai sentita così triste e insieme così dura, mentre mi spieghi il tuo ruolo ora, mentre anticipi obiezioni che non ti faccio.
Mi dici come stai, per pochi minuti. E poi torni professionale, e mi racconti solo quello che si può dire.
Ma io l'ho sentita, la tua voce. La conosco, la differenza. E non ti posso abbracciare.
Ma tu capisci lo stesso, per fortuna, che partecipo, a mio modo, al tuo freddo dentro.

E allora, dicevo, caro il mio Publius Ovidius Naso, caro imbrattacarte del cazzo, sei pregato di stabilire un olim chiaro e preciso.
Di dirmi QUANDO tutto questo mi sarà utile.

p.s. perchè non bastavano, in questa settimana, le altre notizie...no eh? Non bastava il babbo di F., non bastava quell'altra storiaccia.
No no, non bastava.

lunedì 14 settembre 2009

Spirale

Il dolore si genera da qualche parte qui, e poi si espande come una spirale continua...spire, appunto, sempre più ampie.
Parimenti fanno la confusione, e la rabbia.
Scruto ogni angolo, frugo ovunque cercando le telecamere, gli sfondi di cartone, qualcuno che mi dica "tranquilla tranquilla è solo uno scherzo di dubbio gusto".
Situazione di kafkiana memoria, questa.
Non trovo nemmeno le parole per esprimermi, al momento.
Mi escono solo mugolii, gli occhi mi si sgranano mentre la realtà mi si srotola davanti sempre più grottesca.
Comunque sia, a me non è permesso parlare, salvo poi sentirmi dire "cos'è questo silenzio?" "cos'è quella faccia?" e così via.
E' destabilizzante, questa sensazione di sbagliare COMUNQUE.
La mia presenza irrita ed è inutile, la mia assenza offende.
E tutto questo, come una spirale, si allarga sempre di più.
Ho solo una gran voglia di vomitare. Possibilmente addosso a un paio di persone.

domenica 13 settembre 2009

nota a margine

Ho la sensazione che tutto questo sia, semplicemente, sbagliato.
Se morissi domani, mi domando, cosa penserei di questo ultimo anno di vita, di questi ultimi mesi?

venerdì 11 settembre 2009

post it

Questo spazio è mio.
Fino a prova contraria.
Mio.
Posso usarlo come valvola di sfogo, come discarica di emozioni avariate, come deposito di parole non dette.
E' il mio spazio.
E al momento voglio usarlo per essere disgustosamente lagnosa.
Ho bisogno di buttarla fuori di me, questa sensazione schifosa.
L'inganno. Ho la sensazione, orrenda, di essere stata TRUFFATA.
Io credevo che certi gesti, certe parole, certe cose, fossero per me e solo per me.
A 30 anni suonati, ancora credevo che potesse essere vero.
Sbagliavo...sbagliavo...sbagliavo.
Me lo ripeto, guardandomi allo specchio.
Che mi rimanda la mia immagine a sillabarmi "stu-pi-da-i-dio-ta-cre-ti-na".
Come cazzo avrò fatto a credere di essere speciale per qualcuno? Che ci potesse essere qualcosa di unico?
Io ho buona memoria, ma a volte mi segno su post it alcune cose importanti da ricordare quotidianamente.
Sul mio frigo campeggia una scritta da anni, e anche sullo specchio del bagno.
Devo trovare il posto giusto dove mettere un altro importante post it, su cui scrivere:
"piccola testina di cazzo, quanto credi ci voglia a riempire la tua assenza? 30 secondi."
A me una penna, presto, prima che io riesca di nuovo a dimenticarmi questa cosa.
Perchè se no, cazzo, ogni volta che ne ho conferma, ci soffro. E le conferme, a quanto pare, non mancano mai.

mercoledì 9 settembre 2009

lezioni di italiano

Oggi impariamo una parola nuova.

UMILIARE.

Significa: avvilire, mortificare qlcu. facendogli provare un senso di inferiorità, di disagio o di vergogna. Sinomini: soffocare, dominare.


Da oggi e per molti molti giorni ci concentreremo sulla forma passiva.
Ci si confà.

martedì 8 settembre 2009

brutta giornata

Oggi è semplicemente una brutta giornata.
Come ce ne sono state e ce ne saranno tante.
Sono già vestita "bene", le scarpe, la gonna, i capelli quasi pettinati, perchè oggi è una brutta giornata davvero, di quelle in cui dovrò più che mai fingere di essere abito e monaco e tutte queste schifezze.
Se avessi più tempo legherei i capelli, indosserei le scarpe da ginnastica e i guantoni, e mi indolenzirei le braccia sul rivestimento rosso del sacco.
Fingendo di stare colpendo, davvero, qualcuno, oggi.
Vorrei essere in altro luogo, in questo momento.
E urlare, urlare tutta la mia rabbia il mio disgusto la mia nausea e il mio dolore.
E chiedere perchè a che scopo tutto questo.
Vorrei urlare e urlare e urlare e prendere un ago da tatuatore e disegnare su quella fronte il triangolo che indica pericolo, o il simbolo del nucleare o non lo so nemmeno io.
Vorrei persino, oggi, indossare i guantoni per colpire quella maledetta faccia, veder colare il sangue dal naso, a dimostrarmi che davvero in quelle vene c'è sangue rosso e non veleno verdastro.
Oggi è semplicemente una brutta giornata.

sabato 5 settembre 2009

Il buon vecchio Erik E.

Generatività vs stagnazione

...fase della vita...crisi che si cerca di superare.... procreazione...non solo in senso letterale... possibilità di lasciare qualcosa alle generazioni successive... insegnante, ricercatore...*....in questo periodo...individuo....bisogno di procreare ... realizzarsi professionalmente... offrire un importante contributo...chi non successo in questo.... senso di stagnazione...immobilità ...inutilità propria esistenza.

* e noi no, Erik dolcezza mia?

p.s. interessante questo risultato di ricerca di immagini su google: "stagnant" unica chiave.
Chi avrebbe detto che al primo colpo avrei trovato quella esatta?

mercoledì 2 settembre 2009

cercando di sorridere

Con dedica.
A me stessa, in primis.
Ma anche al mio semi virtuale amico Wolf, alla mia per niente virtuale amica E., al collega F. e a un paio di altre persone.

Sperando di strappare, a me e a loro, un sorriso.
Affettuosamente.

martedì 1 settembre 2009

bruciante

Terribile.
Ho aperto gli occhi di scatto, l'immagine ancora ben chiara in mente.
E io che cercavo di calmarmi, di capire.
A occhi chiusi, esploravo cauta il mio cervello agitato.
Come un ragnetto, tessevo piano ragnatele sottili, inviandole in avanscoperta dei meandri bui del mio pensiero tormentato.
Cosa mi succede? Cosa sento? Da dove sgorga tutta questa inquietudine?
L'immagine si è fatta avanti all'improvviso. Nitida.
Una polveriera.
No. No. No.
Questo sono. Una polveriera. No.
Mi rifiuto. tutto il resto. Ma non questo. Cazzo.
La mia stessa mente non può fare di questi scherzi.
Lo so, lo sento, l'equilibrio instabile e fragile che sono.
Lo sento, lo so, quanto sono vicina all'esplosione.
Ma di tutte le maledette cose. Quella. No.
Le ricerche al momento sono state sospese.
I fili tessuti si sono spezzati all'improvviso nei miei occhi sbarrati.
Una polveriera? di tutte le parole immagini cose? Una fottuta polveriera.
E in tutto questo, ovviamente, non ho capito la sorgente del catrame bruciante che mi sento scorrere nelle vene.

lunedì 31 agosto 2009

mare dentro

A me ricordi il mare
e non per le vacanze
che abbiamo fatto insieme

Ma per il tuo ondeggiare
tra il gesto di chi afferra
e quello di chi si trattiene
...

Mi è tornata in mente questa canzone.
Diverse volte in pochi giorni.
Forse sono solo troppo severa o troppo cinica (me l'avete già ripetuto un sacco di volte, ora basta, grazie).
O è che vedo negli altri il riflesso di me stessa? Riflesso di qualcosa che cerco di seppellire e nascondere e uccidere.
Una versione musical-popolare del cuore rivelatore del vecchio Edgar Allan?
Non so.
A me ricordi il mare...già già. Che poi, a me il mare fa anche un po' paura, non dimentichiamolo.
Ma è così. Non faccio altro che vedere questo, ovunque, maree che afferrano e si trattengono.
Come se non sapessero fare altro. Come se non sapessero prendere una decisione, fare una scelta.
Qual è la cosa giusta?
E perchè mi sembra di non vedere altro che ondeggiamenti, oscillazioni intorno a gesti che vengono compiuti a metà per poi pentirsi sia di averli iniziati che di non averli compiuti.
Oggi avrei voglia di cambiare di posto con chi siede all'altro lato della scrivania..e fare questa domanda. Chissà se qualcuno ha una risposta per me.
In questo momento sono sola, non posso pensare che il mare sia altrove.
Questa inquietudine che sento, la paura di aver già sbagliato TROPPO, di avere preso l'ennesima piccola decisione sbagliata...anche io, a me ricordo il mare.
E mi odio. Quando sarà che impareremo, che imparerò, a non chiuderci da soli le porte in faccia per paura che lo faccia qualcun altro?

giovedì 27 agosto 2009

esattezza

Mi manchi da morire.
Scelgo le parole con cura.
Mi manchi. Da morire.
E dire che è una frase così abusata. Verrebbe da dire che ce ne sono sicuramente mille altre, migliori, meno consumate.
Ma non è così.
Questa ha l'esattezza della semplicità.
Sento la tua mancanza come un dolore sordo e oscillante, come un'onda che a volte si ritrae e poi ritorna con fragore.
Sento la tua mancanza in un modo che mi avvelena.
Mamma dice che sono dimagrita. E. mi domanda se sono gli strascichi del mostro, o i tuoi.
E. dice che, nella sua mente, tu e il mostro siete quasi una cosa sola, dice che nei miei occhi si è spenta una lucina.
Lo so. Me ne accorgo perfettamente ogni giorno, allo specchio.
D'altronde le parole hanno un peso. Mi manchi da morire. Qualcosa si è spento.
L'ho sentito distintamente, mentre lottava per sopravvivere, come un gattino che affoga tenuto sott'acqua da mani più grandi di lui.
Ho sentito, e non sono riuscita a salvarla, quella lucina. Forse non ho nemmeno voluto, non lo so.
Ho lasciato che si affievolisse e si esaurisse.
Forse dentro di me speravo che fosse sufficiente. Che bastasse.
Era il mio sacrificio agli dei, cedere una parte di me per salvarmi.
Credevo avrebbero accettato lo scambio. Che mi avrebbero privato DEL TUTTO della sensibilità.
Anestesia totale. Per favore.
Era questo che chiedevo quando ho lasciato affogare la mia gioia di vivere.
Non è così. Lo sento, il freddo del vuoto dentro di me.
Non riesco nemmeno a spiegare a me stessa: sento il freddo, il dolore, la sensazione di perdita, la mancanza, tutto quel vuoto. E contemporaneamente, i cancelli si sono chiusi.
E' un vuoto che alimenta se stesso.
Si è spenta la fiaccola che indicava, a chi avesse voluto guardare bene, la strada per arrivare a me.
E' una sensazione semplice, anche questa. Pulita, precisa, limpida.
Non importa. Non mi interessa, lo so, lo sento, e ne prendo atto.
Non c'è più sentiero o strada per raggiungermi.
Mi manchi da morire. Mi manchi e qualcosa è morto. Fine della questione.

martedì 18 agosto 2009

Il mostro è morto. Viva il mostro?


40. Li hai contati sulla punta delle tue dita curate. Mentre mi ipnotizzavo sui riflessi dello smalto leggero, tu, diligente, contavi. 40.
Hai solo accennato una sgridata, un "...dirlo prima". Adesso siamo qui e a me viene da vomitare. Ancora.
Alla fine credo di essere felice, se così si può dire, di averti chiamata.
Anche i mostri hanno diritto a qualcuno che segua il loro funerale, dopotutto.
E poi, e poi mi rassicura pensare che nei prossimi mesi anche tu saprai. Che non dovrò fingere con te, per ogni pallore improvviso e per ogni "inspiegabile" fuga.
Adesso fa male. Dentro. Fuori.
Non so nemmeno distinguere quale sia uno e quale l'altro.
Adesso vorrei solo dormire.
40. che dire, sembra ieri, no?
Quando saranno altri 40, sarà autunno davvero.
La dottoressa dice che l'autunno è la nostra prossima meta.
Mi drogo di tè freddo alla menta, ormai è il mio rituale staccare le foglie una per una, sul terrazzo. Tu mi guardi e dici che così, con questo sole obliquo, mi si evidenziano le occhiaie e gli zigomi. Spostati da lì, mi dici, che sembri la morte in vacanza. Mi abbracci forte e i tuoi capelli mi finiscono in bocca e ho la scusa per scostarti è caldo e i tuoi capelli e torna dentro che arrivo dai.
Mi dispiace che ti preoccupi, ma a parte contare di nuovo fino a 40, ormai ci piace questo numero, non c'è molto altro.
Il mostro è lontano. Non è in condizioni di nuocere, nè di fare nient'altro.
Fa parecchio male. Ma lquesto lo sapevo già, dopotutto studiare a qualcosa è servito. Mi viene ancora un po' da vomitare.

Tu es vera spes mea.

Riposa (e lasciami) in pace, mostro.

sabato 15 agosto 2009

danni

Più di quanti immaginassi.
Come quando un corpo cade da un palazzo. che a volte da fuori neanche si vede tanto.
E dentro è una purea di ossa sangue carne cartilagini.
Uno schifo che mai.
Mi guardi e dici "non ti riconosco più". E' solo un mese, che non ci vediamo.
non mi riconosci?
cinica. acida come uno yogurt scaduto. nervi a fior di pelle. depressa.
Eppure da fuori, eppure da fuori sembravo la stessa.
E' strano sentirsi dire tutto questo, provare a negare, a schernirsi. ma no dai, sono io, sempre io, dai.
Poi a casa ci ripenso, mi guardo di soppiatto allo specchio.
Mi dico che ti sei sbagliata, che non sono così. Mi dico che sono sempre io, che sono il macigno che metabolizza tutto e va avanti.
E' bastata una telefonata, tra l'altro breve. Pochi minuti, e ho sentito la diga rompersi.
Sofia mi guarda, occhi tondi perplessi, mentre scoppio a piangere seduta sul tappeto.
Una telefonata del cazzo, di quelle che in condizioni normali mi avrebbero semplicemente fatto dire "mai un po' a fare in culo dai".
Il mondo mi è crollato sulla testa, non c'entrava più nulla, la telefonata.
Cosa è stato? Una parola? Un tono di voce? Cosa cazzo è stato?
Non accetto questa defaillance da me stessa.
Eppure devo ammetterlo, hai ragione tu.
Avevo sopravvalutato la mia resilienza.

Flash.
"...ti faccio solo una domanda professionale: secondo te come ho fatto a superare tutto questo così presto?"
"Devi avere una buona resilienza..."
Flash.

Ma brava la dottoressa. 0 su 2.

venerdì 14 agosto 2009

definizioni

Mi tornano in mente spesso le parole del mio amico scrittore:

"Non cercate a tutti i costi libertà e piacere in una stagione, per quanto questa stagione sia l'estate, per quanto questa estate sia caldissima e lunga, per quanto questo lungo sonno della fatica si dilati - come un ventaglio- in un 'assenza. Perchè questo è il vero senso della parola vacanza: assenza - vuoto - mancanza."

Sono circa due anni, che l'ho letto, "Diaro di bordo" .
E questa frase l'ho sempre avuta in mente, da allora. Eppure, da bravo stupido animaletto che sono, ogni tanto fingo che non sia vera.
Fa ancora caldo, qui.
Incontro persone per strada, mi guardano braccia e viso, "non sei abbronzata...non hai fatto ferie? una bella vacanza ogni tanto.."
No. Non sono abbronzata. Sì. Sono andata in ferie. Sì. Bella no, ma sicuramente grande, la vacanza, la mancanza, l'assenza.
Ma è colpa mia, che lo sapevo e fingevo di no. Dopotutto, la definizione era lì, luminosa nella mia memoria.
Ma a volte non vogliamo ricordare, non vogliamo sapere, non vogliamo vedere.
Ma anche la schifosa estate, prima o poi se ne va.
Dopotutto, come diceva lui, tutto passa.
Anche l'estate sta finendo, o così dicono.
Stanotte mi sono addormentata con tutte le finestre aperte, e ho fatto la prima ronda notturna per chiuderle, 3 del mattino, la fottuta ora del lupo, l'ora in cui si è soli.
Si è soli e si sente il refolo gelido sotto il lenzuolo. Primo segnale di cedimento della stagione.
Sono rimasta in piedi qualche minuto, ad ascoltare gli odori di casa mia.
C. che ancora viene a farsi qui la doccia, ha lasciato aperto lo shampoo in bagno. Ecco il perchè di questo profumo di albicocca. Non è stato molto tempo fa. Ma ora non so più nulla.
A occhi chiusi, mi vedo davanti la pagina del libro.

È stato molto
tempo fa,

e ora

non so

più nulla

di lei

che una volta

era tutto.
Ma tutto

passa.


C'era anche il testo a fronte, ovvio, ma io Brecht l'ho sempre letto tradotto.
Con queste definizioni scrivo il mio personale dizionario: al momento sono presenti solo la voce "vacanza" e la voce "amore".

martedì 11 agosto 2009

Perfer et obdura. sì

Multa diuque tuli; vitiis patientia victa est;
cede fatigato pectore, turpis amor!
scilicet adserui iam me fugique catenas,
et quae non puduit ferre, tulisse pudet.
vicimus et domitum pedibus calcamus amorem;
venerunt capiti cornua sera meo.
perfer et obdura! dolor hic tibi proderit olim;
saepe tulit lassis sucus amarus opem.


Anche se continuo a non essere sicura che, un giorno, questo dolore, tutto questo dolore, mi sarà utile.
Spero solo, davvero, di non essere più un vitellino. Almeno questo.
averlo imparato.